Il lavoro e l’edificazione della pace

In questo tempo caratterizzato dai conflitti bellici siamo chiamati ad interrogarci sul lavoro e sulle condizioni in cui l’attività umana oggi si trova.
L’essenza del lavoro umano è di un’azione collettiva generativa: in fabbrica, in ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità della Terra.
Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicareanche senza conoscersi di persona.
La guerra disgrega questa “grammatica della società” e pone problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa, in particolare, l’aumento dei prezzi dell’energia con la ricaduta sul bilancio di famiglie e aziende. L’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare opere di sterminio, piuttosto che opere di pace. Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico.
Nel suo discorso ai diplomatici, Papa Leone XIV ha ribadito: «la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai paesi che detengono arsenali nucleari. Constatiamo che il lavoro al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità. Inoltre, la speculazione porta gli investitori a contribuire all’economia di guerra e indirizzare l’impegno militare da parte dei governi».
Auspichiamo invece che ci sia una coraggiosa riconversione dal militare al civile. Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo «gli aratri in lance». Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno.
(dal Messaggio della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace)
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