Omelia di Don Luigi Lesmo nel suo 50° di sacerdozio

25 maggio 2014  – S. Messa ore 11 a S. Pio X – Cinisello Balsamo

Sento che Gesù mi sta dicendo “Non sia turbato il tuo cuore. Non avere paura. Ti lascio la mia pace”. Sembrerebbero parole inopportune. Sto celebrando con voi la festa del mio sacerdozio nel 50° anniversario. E la festa fa emergere i grandi motivi di gioia. E vi ringrazio della vostra presenza, ringrazio don Emilio e i miei confratelli, ringrazio questo santo popolo, la vostra presenza orante è tutta una solenne invocazione allo Spirito Santo che in me risveglia la memoria dell’opera che Lui ha compiuto, prendendo la mia vita per modellarla sulla vita di Gesù Figlio, sulla vita di Gesù Sacerdote, e faccio memoria dei miei primi 11 anni di vita vissuti in famiglia a Monza S. Rocco, anni in cui ritrovo tutti i semi che poi ritroverò maturi nel mio sacerdozio. Faccio memoria dei 13 anni vissuti in seminario, anni di grazia. E poi, sacerdote, i 13 anni nell’oratorio S. Giovanni Battista a Cesano Boscone, i 20 anni come parroco di Cusago e, infine, i 17 anni vissuti qui a Cinisello come collaboratore del Parroco di S. Pio X e dopo 5 anni, alla morte di Padre Edoardo, come cappellano dell’ospedale Bassini. Fare memoria alla luce dello Spirito Santo ed esultare.

Eppure sento in me, come tentazione, non l’esultanza dello Spirito, ma il dolore per l’immenso bene che avrei dovuto fare se avessi corrisposto a tanta grazia. E sbaglio. Io stesso, quando confesso i bambini, per prima cosa, davanti a Dio, consiglio non di dire il male che ho fatto io, ma il bene che Lui mi ha dato. E davanti al mio peccato non vedere innanzitutto la mia colpa, ma ammirare l’infinito desiderio che Dio ha di perdonarmi, “Il Signore non mi ha consegnato alla morte. E’ stato la mia salvezza, una meraviglia ai nostri occhi”. E perciò aiutatemi a esultare nello spirito e a godere. L’esperienza di Dio non è un rimprovero che ti mortifica, ma un soffio di vita che fa nuove tutte le cose.

50 anni di sacerdozio, è un numero magico, che suscita un sorriso di benevolenza e un sincero apprezzamento. Mezzo secolo. Sono felicitazioni che fanno piacere, che dànno però la sensazione che si chiude un ciclo di vita. Civilmente si dice “si va in pensione”. E i più smaliziati sottintendono “si va alla rottamazione”.

No, non può essere per il sacerdote. Certo, se si guarda il sacerdote nelle sue funzioni ministeriali, si può pensare che, cessate le funzioni, il sacerdote si ritira. Ma sono stato educato a pensare che il sacerdozio, prima che delle sue funzioni date dal sacramento dell’ordine, è il mistero delle sua consacrazione a Dio che trova la sua radice nel suo battesimo. Sono sacerdote non per compiere una professione, ma per vivere la dedicazione della mia vita a Dio.

Ho fatto una piccola scoperta che mi ha fatto esclamare “prima che io nascessi, mio Dio tu mi pensavi”. Quando Cinisello era staccato da Balsamo, nel santo libro dei segnati, e cioè dei battezzati, fu fatta questa nota: “Il giorno 18 gennaio 1883 è nata Candida, e nello stesso giorno fu battezzata dal sacerdote Rossi, parroco; il papà Riva Luigi, la mamma Silva Maria, la madrina Megliani Candida – oste.” E’ l’atto di battesimo della mia nonna Candida, mamma di mio papà Carlo. Può essere un caso, ma che io sia qui a Cinisello come sacerdote nella comunità cristiana dove nonna Candida ha ricevuto il battesimo ed è diventata cristiana, mi sembra una coincidenza provvidenziale.

E c’è un fatto per cui vedo mia nonna Candida collegata col mio sacerdozio. Ero un bambino di 4a elementare e ricordo benissimo quel pomeriggio, in casa, io, la nonna e mia mamma Maria. La nonna mi mostrò una corona del rosario, che non conoscevo e mi invitò a pregare il rosario con lei. Da quel giorno fino ad oggi il rosario è stato il filo d’oro che ha unito tutti i giorni della mia vita. Quel pomeriggio – simile a quel pomeriggio in cui Giovanni e Andrea incontrarono Gesù e stettero con lui (erano circa le 16) – quel pomeriggio Maria entrò nella mia vita e con Maria, Gesù.

La mia vocazione è stata innanzitutto quel clima spirituale iniziato da nonna Candida e sostenuto efficacemente da mamma Maria. Certo in quel pomeriggio non ho scelto di essere sacerdote, ma ho iniziato a respirare un modo di vivere dove le cose spirituali non erano fantasia, ma realtà. Ho iniziato a pregare fedelmente ogni giorno, a frequentare la S. Messa come chierichetto, l’oratorio, don Emilio (il sacerdote dell’oratorio), l’Azione Cattolica, i discorsi di mio papà sul circolo cattolico, la passione della mia mamma per gli interessi della parrocchia, la nascita della mia sorellina, l’aria di onestà, di pulizia morale, di generosità, respirata in famiglia … Ma ogni giorno il S. Rosario. Ho capito che Dio era una cosa seria e bella, e che la chiesa era una cosa importante e che il tempo da dare per la recita quotidiana del rosario con la mia mamma, non era tempo perso.

La mia prima vocazione è stata quella di sentirmi in qualche modo unito a Dio, e perciò di non fare il peccato, di vivere sotto il suo sguardo. Di essere con Dio. E l’essere con Dio mi aprì le porte all’essere per Dio. Prima di essere sacerdote, sentivo la bellezza di essere consacrato a Dio. Ho capito dopo che l’essere consacrato a Dio si chiamava: verginità – celibato.

Non so perché sono affezionato alla mia veste nera. Penso sia un modo semplice e facile per dire a tutti che io appartengo a Dio, in un rapporto esclusivo e definitivo. Circa sui 20 anni ho deciso di scegliere il sacerdozio, ma molto prima, addirittura da quel pomeriggio, ho deciso di essere di Dio, nella verginità. Ho dovuto educarmi a pensare che Dio non è una “cosa da fare”, ma un incontro da godere. E’ stato una fatica smantellare in me l’idea che per piacere a Dio dovevo essere fedele alle regole. Ancora adesso devo vegliare per non vivere il rapporto con Dio col “senso del dovere”. Il celibato è innanzitutto una intimità, una gioiosa frequentazione con Dio che ti fa dire “vede e gustate come è buono il Signore”. Dio è bello e, se è vero, ti attira, ti sazia e sorprende sempre superando il tempo che passa: non esiste 50esimo. Dio è un oggi sempre nuovo. E’ adesso. Accade. Dio è sposo e sposo innamorato.

Questa è la mia prima vocazione. E dentro a questa vocazione, mi si è chiarita la seconda vocazione: Dio è il Pastore Bello, il cui amore non può permettersi di perdere anche una sola delle sue pecorelle, e per salvarne anche una sola è disposto a scendere nel dirupo, ferendosi con i rovi e rischiando la vita. Anzi donando la sua vita spremuta dentro il torchio della sua passione, dando carne e sangue. Il sacerdozio è partecipare a questo folle amore del buon Pastore, per ogni fratello uomo, per ogni sorella donna.

Io non ho mai chiesto ai miei superiori il luogo dove esercitare il mio ministero. Ho cercato di dire il si dell’obbedienza nella certezza che l’obbedienza al Vescovo era la più chiara indicazione dove donare la mia carne e il mio sangue in unione alla carne e sangue del buon Pastore. Per questo in ogni luogo dove mi ha mandato l’obbedienza, la prima opera è stata quella di salire sull’altare e celebrare l’Eucaristia.

E volendo riassumere in una parola quello che ho fatto in questi 50 anni di sacerdozio, posso semplicemente dire “ho celebrato 29.323 Messe. Mi sono calato per 29.323 volte nel dirupo dove geme e soffre l’umanità perduta e con Gesù buon Pastore ho amato : ho amato l’uomo, ho amato l’umanità perduta, ho amato la periferia dell’umano e con Gesù, ho sofferto. E dove mi mandava l’ubbidienza, la seconda opera era il confessionale, dove trovavo l’uomo ferito, la sofferenza umana fino al pianto.

In questi ultimi 10 anni l’ubbidienza mi ha affidato l’ammalato da accompagnare alla salute o da accompagnare verso l’eternità. Non è un ministero angosciante, come potrebbe sembrare. E’ sperimentare la più profonda chiamata di ogni uomo: tuffarsi nell’eternità, dentro l’infinito splendore di Dio. Ed è una cosa bella, riposante.

E quale sarà il mio futuro? Non mi pongo il problema, Maria mi accompagna e mi dice “Sii piccolo” ed il tuo spirito esulterà nell’essere strumento di Gesù che vuole ogni uomo felice. Sii piccolo perché il sacerdote è il più povero degli uomini, se Gesù non lo arricchisce, è il più inutile servo, se Gesù non lo chiama “amico”, è il più stolto degli uomini, se Gesù non lo istruisce pazientemente, ed è il più indifeso dei cristiani, se il buon Pastore non lo fortifica in mezzo al gregge! Sii piccolo perché – direbbe Papa Francesco – se c’è troppa serietà, non c’è lo Spirito di Dio che ti fa cantare in questo 50esimo: “Il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore!”.

1 Commento

  1. Rosanna

    Mer 25th Giu 2014 at 19:24

    Sono parole che commuovono e stupiscono, su cui bisogna meditare e studiare, parole che arrivano diritte al cuore e rivelano tutta la ricchezza e profondità d’animo di un uomo umile ma immenso nella sua bontà, sensibilità e raffinatezza intellettuale! Grazie di esserci don Luigi, nostro pastore!!

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