Nicea, 325 d.C. – Capitolo I

Comincia un racconto di cinque capitoli sul Concilio che ha determinato il Credo che pronunciamo ogni domenica. Poche pagine semplici per introdurci ad un tema storico e teologico più complesso, per il quale rimandiamo a studi più dettagliati e precisi.
Capitolo I – Le ombre prima della luce
L’anno era il 325. L’Impero romano si estendeva dal Nord della Britannia fino alle sabbie d’Egitto, eppure la pace era fragile. Dopo anni di guerre civili, l’Imperatore Costantino era riuscito a unire l’Impero, ma la fede cristiana, liberata dalle persecuzioni, rischiava di implodere dall’interno.
Ad Alessandria, tra le biblioteche e i porti affollati, il giovane presbitero Ario predicava con una voce che catturava e spaventava al tempo stesso: «Gesù Cristo, il Figlio, è stato creato! Vi fu un tempo in cui il Figlio non esisteva!». Questo proclama considerava Gesù come una creatura, quindi non era Dio. Ario era nato in Libia, aveva studiato filosofia greca e teologia ad Alessandria, affascinato dall’idea dell’unico Dio da cui proviene tutto, compreso Gesù. La sua eresia non era un capriccio: era la sua visione del divino, logica e coerente. La tensione tra ambizione e dubbio lo rendeva umano, vulnerabile, pericolosamente lucido. Sapeva perfino scrivere delle canzoni per diffondere le sue idee e la gente le cantava volentieri. Il vescovo Alessandro, uomo dal fisico imponente e dalla mente acuta, non si limitava a rispondere: interrogava, studiava, osservava le reazioni della città. Ogni parola di Ario era una fiamma; ogni parola di Alessandro, un argine contro l’incendio della fede. In città, la disputa divideva le chiese: alcuni sostenevano Ario, altri si rifugiavano nella tradizione apostolica.
Alessandria era una polveriera e il fuoco minacciava di propagarsi a tuttol’Impero. La domanda però era effettivamente seria: chi era Gesù Cristo? Era solo un uomo oppure Dio? Come si spiega che abbia entrambe le nature? A Roma, Papa Silvestro I riceveva lettere da Alessandria, Antiochia e Costantinopoli. Comprendeva che il rischio non era solo teologico: era politico e sociale. Decise di inviare due legati fidati: Vito, uomo riflessivo e stratega, e Vincenzo, un oratore brillante, custode della saggezza romana.
…continua settimana prossima

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