Nicea, 325 d.C. – Capitolo III

Continua il racconto in cinque capitoli sul Concilio che ha determinato il Credo che pronunciamo ogni domenica. Poche pagine semplici per introdurci ad un tema storico e teologico più complesso, per il quale rimandiamo a studi più dettagliati e precisi.

Nicea apparve come un’oasi di pace: mura secolari, strade strette, il lago Ascanio che rifletteva il cielo limpido. Nel palazzo imperiale era suggestivo vedere i vescovi, da Oriente e Occidente, che per la prima volta si incontravano. Poi Costantino entrò nella sala, il silenzio cadde come un velo. Non portava simboli pagani: solo la croce sul suo abito luccicava al sole. «Non sono vescovo», disse, «ma servo della pace. Discutete e decidete tra voi.» Dietro la facciata di neutralità, si percepiva la tensione dei fragili equilibri. Ario non era solo un teologo: era un maestro della parola. Nei corridoi di Nicea, camminava tra i vescovi. Ogni alleato trovato era una vittoria, ogni sguardo complice una conferma. Ma la sua mente era tormentata: temeva il rifiuto e il disonore, eppure sapeva che la posta in gioco era la storia stessa della Chiesa. Una notte, Ario pensava sulla riva del lago Ascanio: «se il Figlio non è eterno forse sto salvando la Chiesa dalla superstizione. Ma se sbaglio la mia anima sarà perduta.» Eppure una voce dentro sé insisteva: «La Chiesa non può accettare che il Figlio sia eterno come il Padre». Il giovane Atanasio, diacono di Alessandria, era piccolo, snello e di cuore indomito. Figlio di una famiglia cristiana influente, era cresciuto ascoltando storie di martiri e persecuzioni. Ogni parola pronunciata nel concilio portava il peso del passato, del sangue dei santi e la responsabilità del futuro. La sua voce riempiva la sala: «Se il Figlio è creatura, la nostra fede è vana! Il sangue dei martiri è stato versato invano!» Atanasio incarnava la passione, il coraggio e la speranza che la verità prevalesse contro la menzogna e l’ambizione. Le discussioni continuavano dopo il tramonto nei cortili, al lume delle torce, dove si formavano alleanze segrete. Vescovi parlavano a bassa voce, scrivevano lettere e stringevano patti: ogni giorno era un equilibrio fragile tra fede e politica. Vito e Vincenzo cercavano di mantenere l’ordine, guidando verso la tradizione romana. Ma bastava un gesto, un sussurro, per cambiare il corso del concilio. Il gioco del potere era in pieno svolgimento.                 (Continua)

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