Il testamento di don Antonio Mazzi

Della serie “persone come opere d’arte”

«Il nostro don Antonio non ti inchiodava mai al tuo passato, non chiedeva che cosa avessi combinato, piuttosto: “Quando ricominciamo?”. Don Antonio aveva questo sguardo: non vedeva tossicodipendenti, vedeva ragazzi, non vedeva detenuti ma uomini, non vedeva falliti ma figli che aspettano soltanto qualcuno abbastanza ostinato da credere ancora in loro». Così ne parla padre Massimiliano Parrella, superiore generale della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza (l’Opera Don Calabria), nel funerale che si è celebrato lunedì 3 agosto nella basilica di S. Ambrogio. Nota il Padre generale che non esiste immagine più bella di questa per raccontare don Antonio: lui è entrato nelle periferie che tanti attraversano “con il finestrino chiuso” e ha dato vita a Exodus, una cascina dentro il Parco Lambro, punto di salvezza in 40 anni per migliaia di giovani, quando sembrava una follia credere ancora in certi ragazzi disperati. Don Antonio non era uomo da sacrestia, neanche da ufficio o da cerimonia. Era un uomo che respirava Dio, la sua fede grande era pulita, senza trucco, senza parole inutili. Aveva un dono che appartiene solo ai profeti: aprire una strada là dove tutti erano convinti che ci fossero solo muri. I grandi uomini di Dio non costruiscono monumenti a sé stessi, ma ponti perché altri possano passare. Ecco don Antonio è stato quel ponte».

Infine tra le navate della basilica risuona quel “ciao”, un saluto comune come testamento spirituale.    Lo ricordiamo così.

Il ciao è leggero come un bacio.
Il ciao è dolce come un cioccolatino.
Il ciao è fraterno come un abbraccio.
Il ciao è travolgente come un sorriso.
Il ciao: è tutto, è niente, è italiano, è universale,
è familiare, è maschile, è femminile, è singolare, è plurale,
è laico, è religioso.
Il ciao lo voglio scritto sulla mia tomba
perché dice, con quattro lettere, chi sono, cosa ho fatto e cosa farò.
Signore, ciao!

 

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