DOMENICA

23 OTTOBRE 2011

 

Giornata missionaria mondiale

 

(At 10,34-48a; Sal 95; 1Cor 1,17b-24;

Lc 24,44-49a)

              (ritorno)

44 Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45 Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: 46 «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni. 49 E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso.

 

La giornata missionaria mondiale è stata preceduta da due fatti che la illuminano di un significato nuovo e ne confermano la necessità. Mi riferisco all’annuncio del papa di indire un anno – da ottobre 2012 al 24 novembre 2013 – di riscoperta della propria fede e all’assassinio di un missionario italiano nelle Filippine.

 

                Soffermiamoci su questi fatti.

Premessa: “La certezza che il vangelo è il servizio più prezioso che la Chiesa può rendere all’umanità e a ogni singola persona...per vivere in pienezza la propria esistenza” (Benedetto XVI). Anche se molti si mostrano indifferenti, contrari o, apparentemente oppositori, noi ne siamo convinti e, pur con i nostri limiti cerchiamo di testimoniarlo; e questo ci sostiene nel nostro impegno, non la ricerca del consenso né del complimento.

Vi cito ancora il papa dal messaggio per questa giornata missionaria mondiale: “Non possiamo rimanere tranquilli al pensiero che, dopo 2000 anni, ci sono ancora popoli che non conoscono Cristo e non hanno ancora ascoltato il suo messaggio di salvezza. Non solo, ma si allarga la schiera di coloro che pur avendo ricevuto l’annuncio del vangelo, lo hanno dimenticato, non si riconoscono più nella Chiesa e molti ambienti anche in società tradizionalmente cristiane, sono oggi refrattari ad aprirsi alla parola della fede”.

Se questa è la situazione, come annunciare il vangelo?

  1.      Ricordare a tutti la fortuna di vivere in un ambiente segnato da secoli dal vangelo di Gesù perché diversamente la nostra storia europea sarebbe stata diversa, nel senso di peggiore. Basta fare un confronto con altre situazioni e ambienti per rendersene conto: questo è solo un’operazione di onestà intellettuale. Sul piatto della bilancia i meriti della presenza del cristianesimo sono di gran lunga più numerosi e incisivi degli errori commessi dai credenti nel vangelo di Gesù. Va detto senza arroganza come pure va chiesto che sia riconosciuto con chiarezza.

  2.      Indicendo l’Anno della Fede il papa ha ricordato “l’esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggior evidenza la gioia e il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo”. Ci viene chiesto non di andare in giro con la Bibbia sottobraccio, di pregare in ogni luogo e occasione anche non opportuna, ma di mostrare sempre e dovunque la gioiosa fierezza di essere cristiani. Vale per tutti il monito di Paolo: “Guai a me se mi vergognassi del vangelo” perché sarebbe un peccato grave. Ma c’è di più: anche senza parlare, con la mia sola presenza gli altri devono cogliere come l’incontro con Gesù, la mia fede in Lui, sostiene la mia vita, nonostante gli errori e i limiti umani; per cui il mio modo di affrontare la realtà e di vivere le situazioni quotidiane  è di un certo tipo diverso da quello oggi dominante. Non si tratta di imporre niente a nessuno, solo di affermare con chiarezza i valori ispirati al vangelo di Gesù e all’insegnamento della Chiesa, ai quali non possiamo venir meno perché sono proprio loro che ci hanno aiutato ad essere ciò che siamo. Il tutto detto con grande serenità e cordialità: “sì, questi sono i miei figli e li ho voluti, no grazie, perché sono contento delle persone che ho accanto e mi basta, anche se so di essere fatto di carne e non di ferro; guarda qualche giorno in meno di vacanza e una cilindrata in meno, ma questa porcata io non la firmo”. Ti puoi consolare con un cucciolo di Yorkshire o Cavalier King, ma sappi che un figlio è tutt’altra cosa!  Viviamo in una realtà ricca di mezzi e beni alla quale la mancanza e diminuzione delle possibilità sta rivelando l’importanza e la necessità di ciò che è essenziale ossia il significato dell’esistenza, la ragione dello stare al mondo, il senso di se stessi, la certezza di essere perdonati e la speranza per il futuro. Noi cristiani non abbiamo la bacchetta magica né possediamo la soluzione per ogni problema, né tanto meno siamo sempre coerenti con quanto professiamo. Per questo l’invito alla conversione vale innanzitutto per noi. Vi cito il papa: “L’Anno della Fede è un invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore… mediante la remissione dei peccati”. Vale per noi e per tutti: l’annuncio del vangelo non può ridursi a una conversazione affabile che eviti accuratamente ogni argomento spinoso e preoccupata di non urtare la sensibilità altrui in nome di un ambiguo terreno comune di accordo. Possiamo e dobbiamo fare un passo indietro, ammettere i nostri errori ma non temere di invitare il nostro interlocutore a fare pure lui auto contestazione e a confrontarsi con Gesù, il quale non ha mai detto “cosa me ne frega? Cosa ci guadagno? Basta che sto bene io…” ossia ad una mentalità individualista e relativista ha sempre preferito la ricerca della volontà del Padre e la testimonianza della verità…fino al dono di sé. Esempio imitato anche da Fausto Tentorio, il missionario lombardo ucciso in questi giorni nelle Filippine ove operava da trent’anni in difesa dei diritti della popolazione locale. Ancora la parola del papa: “Per fede uomini e donne hanno consacrato la loro vita a Cristo, lasciando ogni cosa per vivere in semplicità evangelica…Per fede tanti cristiani hanno promosso un’azione a favore della giustizia nel rendere concreta la parola del Signore, venuto ad annunciare liberazione dall’oppressione”.

  3.      Proprio ciò che ha fatto per tanti anni padre Fausto: non era un eroe in cerca di gloria né un giornalista a caccia di scoop, ma nemmeno un ingenuo ignaro di quanto fosse difficile e a rischio la sua missione, bensì un uomo credente che “annunciando il Vangelo si è preso a cuore la vita umana in senso pieno” come dice il papa. Anche lui fa parte di quell’unica Chiesa che al suo interno ha visto in questi anni tanti anti testimoni.  Commentando l’assassinio di tanti missionari, uomini e donne, laici e religiosi. Giovanni Paolo II ebbe a dire che certo è motivo di sofferenza ma soprattutto di fecondità e speranza per la Chiesa.

 

 (ritorno)                                                                                            (don Danilo)