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DOMENICA 19 GIUGNO 2011
SS. Trinità
(Es 3,1-15; Sal 67; Rm 8,14-17; Gv 16,12-15) |
12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà. |
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| Oggi meditiamo a partire dall’icona della Trinità dipinta da A. Rublev (1360-1430) nel 1400. Partiamo da lontano. Le difficoltà nel rappresentare la Trinità hanno determinato numerose varianti iconografiche. Due strade sono state percorse: il ricorso ai simboli, ad esempio il triangolo che ha i vertici rivolto verso l’alto ed è equilatero per indicare l’uguaglianza delle tre persone divine; poi il cerchio forma perfetta che simboleggia la perfezione divina ed esprime la Trinità se ripetuto tre volte come al battistero di Albenga; infine la mano di Dio associata all’agnello e alla colomba, come nella Pala d’oro in San Marco a Venezia. Nel mondo orientale bizantino questo tema si chiama “ospitalità” e richiama l’accoglienza riservata da Abramo a tre angeli che lo visitarono presso le querce di Mamre; l’episodio è raccontato dal libro della Genesi al capitolo 18. i tre angeli nella raffigurazione hanno la stessa età e simboleggiano la Trinità: si possono vedere nel duomo di Monreale (Palermo) e in San Vitale a Ravenna. Ma la più alta espressione della Trinità bizantina è questa, dipinta tra il 1422/27 dal monaco ortodosso A. Rublev, pochi anni prima della sua morte. Il momento storico è difficile se non drammatico: i Tartari hanno invaso il territorio russo, devastato e massacrato popolazioni intere; il monaco pittore depone il pennello perché non riesce più a trovare il volto di Dio in quella notte oscura. Su invito di un altro monaco, Sergio, lo riprende in mano e appende a un muro diroccato quest’icona: se Dio è presente in mezzo a quelle rovine significa che è ancora possibile cercare la gloria divina tra gli uomini. Ora la osserviamo: 1. vi sono tre angeli – hanno le ali – seduti a una mensa su cui vi sono una coppa, un calice e l’agnello. La tenda di Abramo è rappresentata dal palazzo sulla sinistra mentre l’albero rimanda al querceto di Marme; la montagna sulla destra indica il luogo preferito da Dio nella Bibbia per rivelarsi al suo popolo. Tra l’altro uno dei titoli di Dio nella Bibbia è “Dio della montagna” per indicarne la fedeltà, solida come una roccia. Gli angeli hanno degli elementi in comune: q i volti sono identici e giovanili: in Dio non c’è un prima e un dopo ma solo un perenne presente, ora; q le aureole sono uguali; q il colore azzurro indica la natura divina – la trascendenza – mentre il bastone – scettro è segno di autorità.
Cerchiamo di individuarli, di dare loro un nome. L’angelo centrale: tunica rossa, il colore del sangue versato; la testa è inclinata verso la sua destra quasi fosse in ascolto dell’angelo di sinistra; la mano destra appoggiata alla mensa, è “benedicente”: due dita separate ad indicare la sua natura divina e umana, mentre le altre sono unite per esprimere la Trinità. Sta sotto la pianta: l’albero della croce. Dunque è il Figlio. L’angelo di sinistra: testa eretta, sguardo fisso davanti a sé, mantello rosa-oro (regalità) con riflessi versi (colore della vita). Chi è? L’angelo a destra: mantello verde (è lo Spirito che dà la vita); atteggiamento di dedizione e disponibilità (leggermente inclinato); lo sguardo è rivolto verso l’angelo di sinistra, quasi dipendesse da lui; è lo Spirito che “procede dal Padre e dal Figlio”, quindi l’angelo di sinistra è il Padre. Ora guardiamo i calici: quanti ne vedete? Io tre. Sulla tavola un calice contiene, regge l’agnello, simbolo di Gesù. La tavola è divisa in due parti di colore diverso: insieme hanno la forma di un calice. Filarete (1783-1867), metropolita di Mosca, spiegò così: “La coppa contiene il mistero dell’amore del Padre che crocefigge l’amore del Figlio crocefisso e l’amore dello Spirito che trionfa con la forza della croce”. I contorni interni degli angeli di destra e di sinistra formano il terzo calice che contiene l’angelo di mezzo, il Figlio. In conclusione: nell’icona il movimento è circolare, dal piede dell’angelo di destra fino ai piedi di quello di sinistra. Il Dio cristiano non è solitudine ma comunione di tre persone uguali e distinte. Un solo nome – Dio – unico ma non solitario. In Lui la radicale unità convive con un’irriducibile diversità personale. Questa è la peculiarità della fede cristiana. Il Dio in cui noi cristiani crediamo è lo stesso in cui credono gli altri – monoteismo – ma al contempo non è lo stesso in cui credono gli ebrei o i mussulmani. (ritorno) (don Danilo) |
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