DOMENICA

 

11 SETTEMBRE 2011

 

 

(Is 60,16b-22; Sal 88; 1Cor 15,17-28; Gv 5,19-24)

               (ritorno)

19 Gesù riprese a parlare e disse: «In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. 20 Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati. 21 Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole; 22 il Padre infatti non giudica nessuno ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, 23 perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. 24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.

 

Viviamo tempi nei quali è richiesta una fede limpida e ferma nel Signore crocefisso e risorto, così che diventi efficace il nostro annuncio e senza tentennamenti il nostro schierarci dalla Sua parte.

A proposito di Gesù, tre certezze devono essere fuori discussione, salde: la sua unicità, il valore universale della sua salvezza, la sua presenza in mezzo a noi.

Della sua unicità tratta il brano del vangelo che abbiamo letto oggi. Una certa singolarità di Gesù è oggi riconosciuta da tutti: lo si ritiene una delle figure più eccezionali della storia, della sua levatura morale nessuno dubita, gli si riconosce il fascino del suo insegnamento…ma tutto ciò non dice ancora la sua “unicità”. Ci limitassimo a quando detto sarebbe assimilabile a uno dei tanti profeti o fondatori e iniziatori di movimenti o religioni. Ma così non è perché Gesù è “Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre” come affermiamo nella professione di fede durante la Messa. Solo così ci si può ritenere cristiani, cosa ben diversa dall’essere tifoso o fan.

Nel mistero della Trinità Gesù è il Figlio rivelatore del Padre, un termine biblico ma che nella prospettiva umana perde ogni riferimento politico per indicare un’unione particolare con Dio che si manifesterà pienamente sulla croce e nella resurrezione. Un’unione che si esprime nella comune conoscenza e volontà perché è unità nell’essere.

Il Padre e il Figlio agiscono in stretta collaborazione e unità di intenti: il Figlio fa la volontà del Padre, volontà che conosce anche se gli risulta difficile da accettare, come nel caso dell’episodio dell’orto degli ulivi. Nel Vangelo Gesù continuamente ripete l’espressione “Padre mio”: ogni suo gesto, sentimento, parola e atto è ispirato dalla convinzione di avere Dio per Padre; una paternità del tutto personale ma che lui chiama tutti a condividere; tant’è che l’unica preghiera che insegna ai suoi discepoli inizia proprio con l’espressione “Padre nostro”.

Caso unico in tutte le religioni: nessun fondatore di religioni o maestro di filosofia di vita è mai stato sfiorato da un’idea come questa, sia prima che dopo Cristo.

Domani celebreremo nove battesimi e festeggeremo nella messa delle 11 una signora che compie 100 anni: ringraziamo Dio per la testimonianza di questa donna semplice, nata nel 1911, sposa a diciotto’anni e poi cinque figli. Si dirà erano altri tempi. Cominciamo col dire che occorre essere all’altezza dei tempi che viviamo, dominarli e non lasciarsi soggiogare da essi con la paura del presente e del futuro. Ma dove sta la vera differenza? Forse la promessa-ricompensa del Duce a chi metteva al mondo dei figli? L’ha sostenuta la fede in Dio Padre: qui sta la differenza. Aver sempre vissuto con la certezza di essere amata da Dio Padre, anche nei momenti più difficili e auguriamo a questi bambini di non scordarsi mai di avere nostro Dio come Padre, nemmeno nei momenti di maggior peccato e solitudine.   

 

(ritorno)                                                                                             Don Danilo