PARROCCHIA San Pio X

Meditazioni sui temi del vivere e dei valori

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Quaresima 2011

1. Preghiera:

- ogni giorno vivere un momento di preghiera personale

- partecipare all'Eucaristia festiva e, almeno, in un giorno feriale

- catechesi del cardinale nel giorno di martedì: ritirare il testo in sacrestia

- via Crucis il venerdì

- meditazione della parola di Dio usufruendo del libro "Nascere da acqua e Spirito" (lo trovi in chiesa).

 

2. Digiuno:

- sono di magro tutti i venerdì di Quaresima, di digiuno il primo venerdì e il Venerdì Santo

  Al digiuno sono tenuti tutti i maggiorenni fino al 60° anno di età; all'astinenza - magro coloro che hanno compiuto

  il 14° anno di età.

  Ricordiamo, a titolo di esempio, i comportamenti che possono facilmente rendere tutti, in qualche modo, schiavi

  del superfluo e persino complici dell'ingiustizia.

- il consumo alimentare senza la giusta regola, accompagnato a volte da un intollerabile spreco di risorse;

- uso eccessivo di bevande alcooliche e fumo;

- la ricerca incessante di cose superflue, accettando acriticamente ogni moda e ogni sollecitazione della pubblicità

  commerciale;

- la ricerca smodata di forme di divertimento che non servono al necessario recupero psicologico o fisico, ma che

  sono fini a se stesse conducono a evadere dalla realtà e dalle proprie responsabilità;

- l'occupazione frenetica, che non lascia spazio al silenzio, alla riflessione e alla preghiera;

- il ricorso esagerato alla televisione e agli altri mezzi di comunicazione che possono creare dipendenza, ostacolare

  la riflessione personale impediscono il dialogo in famiglia.

 

3. Carità:

- campagna contro la fame nel mondo;

- sostegno dei cristiani in terra santa;

 

a tal fine:

- salvadanaio in ogni famiglia (lo trovi in chiesa)

- attenzione quotidiana agli altri;

- conversione personale e sacramento della riconciliazione

- gesto di rinuncia personale

 

Osservazioni a giochi fatti

a partire dai dati oggettivi

 

1.     Preoccupa l'aumento dell'astensionismo: il 7 giugno ha votato il 71% degli aventi diritto mentre al ballottaggio del 21 giugno 2009 il 54%.

 

Ipotesi che motivano tale atteggiamento:

 

a)      superiorità: il proprio stile di vita, nel bene come nel male, non dipende da quale amministrazione governa la città.

 

b)     indifferenza: la politica anche locale, non interessa, non li riguarda

 

c)     disaffezione: delusi o stanchi ci si è allontanati dalla politica (ciò vale soprattutto per coloro che non si sono recati alle urne il 21 di giugno: in assenza del proprio candidato sono rimasti a casa)

 

2. Gli sfidanti al ballottaggio.

 

Gasparini al primo turno ha ottenuto 16.815 voti, mentre al secondo 16.156 ossia 659 in meno, mentre Lio ne ha persi 1.808.

Dunque la vera differenza è dovuta non ai votanti ma a coloro che non si sono recati a votare.

Così i conti non tornano: non si può affermare che gli apparentamenti abbiano funzionato, anzi ... è più probabile il contrario.

 

3. Il sindaco

 

16.815 voti al I° turno su un totale è di 56.111 aventi diritto al voto significa una percentuale del 29% circa

 

In consiglio comunale il sindaco dispone di una maggioranza di 17 consiglieri su 30.

                           .

La disparità è evidente.

 

Questa non è democrazia rappresentativa: con un "ridotto" consenso si governa con largo margine di potere.

 

Buona cosa ricordarsene: va conquistata la fiducia di un quarto dell'elettorato e vinta la disaffezione dell'altra metà per poter essere davvero "sindaco di tutti" alla ricerca del bene comune.

Buon lavoro.

 

L'ICONA DELLA RESURREZIONE

(parete del presbiterio)

Contempliamo la straordinaria potenza del Cristo risorto che si presenta nel suo bianco splendore.

"Con la morte ha vinto la morte, a coloro che sono nei sepolcri ha dato vita". (Liturgia Bizantina - Tropario di Pasqua) II Cristo glorioso é al centro della composizione, é ammantato di vesti regali. Dal suo corpo emana splendida luce, di cui ne é la sorgente: é il Signore della Luce e della Vita.

Cristo trionfa su tutta la creazione.

 

Il Risorto

Rivestito da un abito bianco attira lo sguardo di chi contempla l'icona. II colore bianco rappresenta il mondo divino, la sua azione é quella della luce.

Mentre il nero é mancanza di luce, il bianco della luce é sintesi di ogni colore.

Ma il bianco é tipico anche di coloro che sono penetrati nella luce di Dio, come gli angeli, Lazzaro avvolto in bianche bende, é il colore che sottolinea la vittoria per la fedeltà al vangelo: "Il vincitore sarà vestito di bianche vesti".                           (Ap 3,5)

 

Contempliamo il volto di Gesù

II colore della carnagione é molto caldo. Ha una tonalità che si può definire «terra impastata di luce» e sottolinea che Egli é vero Dio e vero uomo.

Questo volto inoltre non é identificabile con alcuna razza. É la faccia stessa del genere umano.

Rivela tutte le culture e razze che vi si nascondono.

Il volto per tradizione é quello del Santo Volto: tutta l'attenzione è concentrata nello sguardo che irradia verso lo spettatore, gli occhi sono circondati da rientranze scure che li ingrandiscono e al di sopra delle arcate sopracciliari, rivolte a sottolineare l'espressione degli occhi, si erge la fronte alta sede della sapienza e del pensiero contemplativo.

La bocca chiusa é pronta a soffiare lo Spirito, come dimostra il rigonfiamento del collo, infatti il collo gonfio più del normale vuole significare la presenza dello Spirito Santo; le orecchie sono ridotte, esse lasciano che siano gli occhi ad ascoltare.

Lo sguardo di Gesù ci suggerisce di far silenzio per ascoltare la voce dello Spirito.

 

Guardiamo l'aureola posta sul capo del Signore,

Gesù é pieno di santità, sembra che l'oro fuoriesca dal nimbo tanto da illuminare chi sta vicino a Lui, chi lo vuoI seguire da vicino e si siede accanto a Lui per somigliarGli.

Il nimbo (!'aureola) é simbolo della luce di Dio, ci suggerisce che egli è il Santo dei Santi. Ci invita a diventare santi, ad avere il nimbo dorato simbolo dei Il somigliantissimi", cercando di assomigliare sempre di più a Lui. "Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo" (Lv 19,2), é l'invito che ci viene rivolto.

II capo di Gesù é avvolto dal nimbo d'oro, segno della santità del personaggio, con iscritta una croce che allude alla sua dimensione salvifica; nei tre bracci superiori é riportata la definizione scritturale "Colui che é" espressa con le tre lettere greche: Ò in alto, ω N rispettivamente a sinistra e a destra.

É il nome di Dio rivelato a Mosé sul monte Sinai.

 

Le mani di Gesù

Posiamo lo sguardo su Gesù: con la mano destra benedice.

Benedire é dire bene, é affermare che é cosa buona gradita. Egli rende grazie. Ha parole di vita eterna.

 

Nella mano sinistra regge il rotolo delle sacre Scritture che parlano di Lui e le cui promesse é venuto a realizzare; il rotolo può significare anche il chirografo del peccato, cioè il rotolo su cui sono stati scritti i nostri peccati.

Ci suggerisce che Gesù ha vinto il male, la morte.

 

L'oro

L'icona è illuminata dall'oro che é presente sullo sfondo e sul nimbo del Cristo; l'oro non è propriamente un colore, ma é esso stesso luce attiva, é splendore, riflesso della luminosità del sole.

E simbolo della trascendenza di Dio, della sua manifestazione; diventa luce divina, una luce che non abbaglia, perché quando Dio, si manifesta all'uomo, lo fa sempre rispettando la sua natura senza mai violentarlo.

Tutta l'icona é immersa nell'oro che é splendore, é riflesso puro della luce, è simbolo della luce divina, della gloria a cui siamo destinati.

 

Il titolo ANASTASlS significa la Resurrezione.

Le abbreviazioni lC - XC (Jesus Christòs) poste al lati dell'immagine del Risorto stanno a significare Gesù Cristo.

 

Contempliamo il Cristo glorioso

Contemplando il volto di Gesù guardiamo i suoi occhi, sono profondi, ci guardano, ci scrutano, ci conoscono, pesano il nostro cuore; le labbra sottili e socchiuse soffiano su di noi il suo Spirito di vita, ci benedice.

a proposito dello stato vegetativo

Ci spiace, professor Veronesi,

le cose stanno in altro modo

 

GIULIANO DOLCE*

Caro Direttore

sul Corriere della Sera di lunedì 26 gennaio è apparso un articolo del professor Umberto Veronesi che dice testualmente: «l pazienti in stato vegetativo sono senza pensiero, senza parola, senza capacità sensoriali, senza vista e senza udito, senza percezione del dolore della fame e della sete». Una vita simile a quella di una pianta. Da un punto vista scientifico queste affermazioni sarebbero state inaccettabili già 40 anni fa.

In occasione di un meeting internazionale sullo stato vegetativo svolto si presso l'istituto S. Lucia di Roma il 28 novembre 2008, trentasei medici specialisti europei - italiani, francesi, spagnoli, tedeschi - hanno sottoscritto una dichiarazione condivisa che dice: «E' esperienza diffusa che i pazienti in stato vegetativo reagiscono al dolore causato da danno o disagio fisico anche dopo anni. Non esistono indicazioni che non soffrirebbero per fame e sete prolungate».

Negli ultimi 10 anni sono stati, inoltre, pubblicati numerosi lavori scientifici su prestigiose riviste internazionali che riguardano le attività di coscienza sommersa, anche in assenza di consapevolezza, nei pazienti in stato vegetativo obiettivate con diverse metodologie scientificamente affidabili.

In qualità di medico neurologo, presidente dell' Associazione ViVe (VitaVegetativa) composta da 20 specialisti che curano quotidianamente pazienti m stato vegetativo le chiedo di pubblicare sul suo giornale che le pericolose informazioni che mi hanno indotto a scriverle sono completamente false e fuorvianti.

 

*Direttore Scientifico Istituto S. Anna - Crotone

 

21 settembre 2008

Giornata per il Seminario Diocesano

 

     Nella Giornata per il Seminario il nostro pensiero va a coloro che in questi anni si preparano al sacerdozio ministeriale, per il loro stesso bene e per il bene della Chiesa.

     Noi li ringraziamo per la loro scelta, li accompagnamo con il nostro affetto e li affidiamo all'amore fedele di Dio.

     "Li chiamò perchè stessero con lui e per mandarli con la sua stessa potenza ad annunciare il vangelo del Regno"

(cfr. Marco 3, 3-15).

     Questo dunque vorremmo anzitutto chiedere per quanti Dio ha chiamato e ancora chiamerà al ministero sacerdotale che salgano verso Gesù per ritornarvi con la potenza della redenzione.

     Noi chiediamo al Padre di ogni misericordia che non manchi alla Chiesa e all'umanità di oggi il tesoro delle vocazioni sacerdotali, nella misura che a Lui piacerà e in rapporto al cammino di conversione e santificazione che la Chiesa stessa è oggi chiamata a compiere.

     E' dovere di tutti noi che nella vita pastorale delle nostre comunità ci siano precisi momenti di intercessione in cui pregare il padrone della messe e invocare la grazia di nuovi umili e gioiosi operai.

     Invito per questo tutte le comunità parrocchiali a prevedere ogni primo giovedì del mese un'adorazione eucaristica per il dono di nuove vocazioni e per la santificazione dei sacerdoti.

Card. Dionigi Tettamanzi

 

Bagnasco: "Verso il Papa sale un'ondata di affetto”

Il presidente della Cei: riprovazione comune alle offese.

Molto confortante è la convergenza di riprovazione e di condanna che in questi giorni si va registrando a proposito delle inattese e inqualificabili espressioni che si sono registrate ad una manifestazione svoltasi martedì sera in una nota piazza romana. Invece che puntare ad un costruttivo seppur pluralistico dibattito di idee circa i problemi dell'attualità politica si è scivolati in una gogliardata turpe e indecorosa che è stata immediatamente respinta dall'opinione pubblica generale come gesto insensato immotivato e irragionevole.

 Volgarità abissali, che come tali non vanno neppure commentate perché defluiscano là da dove sono venute. Semmai una considerazione andrebbe fatta su certa idea di politica che si vuole confinante con un certo modo di vivere lo spettacolo e che insieme finiscono invece per corrompersi a vicenda. Ma ad un vescovo interessa immensamente di più l'ondata di affetto che in questa circostanza sta salendo verso la persona del Papa e il suo mite, pacifico e suadente magistero. Lo stesso dicasi per le manifestazioni di vicinanza e di solidarietà che sono state espresse nei riguardi del Capo dello Stato. La coscienza vigile della nazione, il sentire diffuso della nostra gente sanno riconoscere l'indegnità per concentrarsi su ciò e su Chi unisce e costruisce. I Vescovi italiani sono accanto al loro popolo e sono come non mai affettuosamente vicini e grati al Santo Padre, in procinto di partire per un lungo viaggio che lo porterà ad incontrare i giovani rappresentanti del mondo intero. E ancora una volta esprimono al Presidente della Repubblica la loro viva considerazione e deferente stima.

Angelo Cardinale Bagnasco

Arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

 

Quaresima 2008

1. Preghiera:

- ogni giorno vivere un momento di preghiera personale

- partecipare all'Eucaristia festiva e, almeno, in un giorno feriale

- catechesi del cardinale nel giorno di martedì: ritirare il testo in sacrestia

- via Crucis il venerdì

- meditazione della parola di Dio usufruendo del libro "Perchè questa generazione chiede un segno?"

  (lo trovi in chiesa)

 

2. Digiuno:

- sono di magro tutti i venerdì di Quaresima, di digiuno il primo venerdì e il Venerdì Santo

Al digiuno sono tenuti tutti i maggiorenni fino al 60° anno di età; all'astinenza - magro coloro che hanno compiuto il 14° anno di età.

Ricordiamo, a titolo di esempio, i comportamenti che possono facilmente rendere tutti, in qualche modo, schiavi del superfluo e persino complici dell'ingiustizia.

- il consumo alimentare senza la giusta regola, accompagnato a volte da un intollerabile spreco di risorse;

- uso eccessivo di bevande alcooliche e fumo;

- la ricerca incessante di cose superflue, accettando acriticamente ogni moda e ogni sollecitazione della pubblicità commerciale;

- la ricerca smodata di forme di divertimento che non servono al necessario recupero psicologico o fisico, ma che sono fini a se stesse conducono a evadere dalla realtà e dalle proprie responsabilità;

- l'occupazione frenetica, che non lascia spazio al silenzio, alla riflessione e alla preghiera;

- il ricorso esagerato alla televisione e agli altri mezzi di comunicazione che possono creare dipendenza, ostacolare la riflessione personale impediscono il dialogo in famiglia.

 

3. Carità:

- campagna contro la fame nel mondo e raccolta di cellulari usati;

- sostegno dei cristiani in terra santa;

A tal fine:

- salvadanaio in ogni famiglia (lo trovi in chiesa)

- attenzione quotidiana agli altri;

- conversione personale e sacramento della riconciliazione

- gesto di rinuncia personale

 

Domenica 23 dicembre 2007

Giornata dedicata alla vita contemplativa.

 

Quest'anno aiutiamo le suore carmelitane di Carpineto Romano le quali hanno scritto al direttore di Avvenire il seguente appello:

 

IL BRACCIO DEI BUONI PER UN MONASTERO

 

Caro Direttore,

quando in Romania era ancora al potere il dittatore Ceausescu, i nostri padri carmelitani, su impulso dell'allora provinciale, padre Tiberio Scorrano, già coltivavano il desiderio di dare vita a una "cittadella" carmelitana in quel Paese. I padri approdarono nel 1992 a Bacau, nella diocesi di Iasi. Vi naque un santuario e vicino ad esso una casa di accoglienza. Tutto costruito giorno dopo giorno con l'aiuto della Provincia e di una congregazione femminile carmelitana di vita apostolica. Mancava la vita contemplativa. Il vescovo non volle che il monastero fosse attiguo agli altri edifici. Acquistare una casa? Come, con quali mezzi? Inserimmo un appello sul nostro sito. Fu raccolto da mons. Pasquale Macchi, già segretario di Papa Paolo VI°. Ricevetti una sua telefonata: "Madre, so che dovete aprire un monastero in Romania. Io potrei, aiutato da amici, venirvi incontro, a patto che diate al monastero il titolo "Paolo VI°". Eccellenza - risposi - non c'è alcuna difficoltà. A Paolo VI° eravamo legatissime.

Lui scriveva: "Le mie carmelitane" ; da lui avemmo un aiuto per il nostro monastero di Carpineto.

Acquistammo quindi una casa a 100 metri dai padri carmelitani, che però è da ristrutturare e adattare alle esigenze del Carmelo. Poi mons. Macchi è morto: il benefattore in cielo ... Come facciamo? Dio provvederà; viviamo di fede nella Provvidenza, ma questa si servi del "braccio dei buoni", della mano raramente aperta ai poveri dei ricchi, del cuore di chi si muove a pietà e comprende cosa vuol dire "elemosinare" per realizzare le opere di Dio. Un monastero è casa di preghiera, di amore, di accoglienza, di apertura di cuore ai deboli, agli angosciati, è un luogo dove rinasce la fiducia in se stessi e negli altri, dove si ritrova la speranza, la gioia di vivere, dove si incontra Dio. E' un luogo dove si impara ad amare, a perdonare, a pacificarsi con Dio e i fratelli. Spero che Avvenire possa essere per noi, povere tra i poveri, un pò il braccio della Provvidenza di Dio.

  (ritorna)

Incontro per gruppi famigliari

La vicenda di Abramo

 

  Premessa:    con il cap. 12 del libro della Genesi si ha una svolta: entra in scena Abramo e

l’autore biblico si concentra sulla storia di un popolo, quello di Israele di cui Abramo è capostipite.

 

Dall’orizzonte universale dei primi 11 capitoli si passa ad un orizzonte particolare attraverso il quale si legge quello universale:

dalla maledizione alla benedizione di Abramo con cui Dio stabilisce un’alleanza (la IIa dopo quella con Noè).

 

Sappiamo che la moglie Sara è sterile (Gen. 11,30) e dunque Abramo futuro davanti a sé ma a lui Dio rivolge la sua parola.

 

   Brano biblico

 

1 1ll Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò.

2Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione.

3Benedirò coloro che ti benediranno e co­loro che ti malediranno maledirò e in te si di­ranno benedette tutte le famiglie della ter­ra».

4Allora Abram partì, come gli aveva ordi­nato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran.

5Abram dunque prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le perso­ne che lì si erano procurate e si incammina­rono verso il paese di Canaan. Arrivarono al paese di Canaan 6e Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la Quercia di More. Nel paese si trovavano al­lora i Cananei,

7Il Signore apparve ad Abram e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questo paese». Allora Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso.

8Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad oc­cidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore.

(Gen 12,1-8)

  

1     L'ambiente storico di Abramo

•   visse circa 1800-1700 anni prima di Gesù, nella regione che oggi corrisponde all'Iraq. In quel tempo esisteva un movimento migratorio che, dalla regione del Golfo Persico, attraversava la Siria e scendeva già, lungo la Palestina, fino all'Egitto. Tutte le tribù che lasciavano la propria terra in cerca di terre migliori, avevano i loro dei, gli dei delle famiglie.

 

•   divinità erano considerate le forze della natura (le montagne erano la casa degli dei), oppure alcune persone venivano divinizzate come ad es.: il re e il sacerdote; oppure le forze ultraterrene.

Per vivere l'uomo doveva renderseli amici : erano espressione dei desideri e delle paura degli uomini, della loro volontà di vivere tranquilli.

 

•  ad Abramo ciò non bastava! Lui adorava quel dio che aveva ereditato da suo padre, meglio quell’insieme di divinità - e in ciò era sincero - ma non ne era soddisfatto.

Il politeismo non gli bastava.

Egli cercava l'ideale della vita, il valore assoluto, il valore più alto che, per se stesso, da valore a tutto il resto.

 

•  La bibbia racconta l'esperienza di Abramo non già come la visse lui stesso bensì come la vide il  popolo a distanza di anni, attraverso i problemi e le situazioni verificatesi nelle epoche successive  della sua storia.

L'interesse della Bibbia consiste  nel presentare al popolo del suo tempo la figura di Abramo in modo tale che i contemporanei possono impararvi come scoprire la presenza di Dio e come camminare con lui nella vita.

 

 Gli ebrei ricorderanno questo fatto come l’atto di fondazione del loro popolo: “ i nostri padri … abitarono dai tempi antichi oltre il fiume e servivano altri dei. Io presi il padre vostro Abramo da oltre il fiume …” (Giosuè, 24, 2 -3)

 

 

2     L’esperienza religiosa di Abramo

  Dio disse ad Abramo: “Esci dalla tua terra … verso il paese che io ti mostrerò così che io faccia di te una grande nazione, ti benedica e faccia grande il tuo nome e tu possa essere una benedizione…in te saranno benedette le nazioni della terra”.

 

-  il termine benedizione ritorna più volte nel giro di brevi frasi: si concretizza nel dono della terra e della discendenza ma si concentra sul “nome” che Dio si impegna a rendere grande.

 

Cfr.: - mentre la pretesa di farsi un nome famoso aveva disgregato i rapporti tra le persone

        (torre di Babele)

 

                 - Abramo diventa punto di incontro, motivo di unione tra le persone…

 

   - fede in Dio = perdere qualcosa o qualcuno: gli idoli o gli dei

                    = assumere la "volontà di Dio" come criterio di verità e quindi tralasciare altri criteri.

 

   - il rischio della fede: Abramo non aveva tutte le certezze che cercava, ha calcolato le

  probabilità e ha rischiato. Le possibilità di riuscita erano poche ma.... Ha ritenuto che ne

  valesse la pena.

                                             

- Quante volte anche noi "rischiamo": nelle amicizie, nel matrimonio, nell’educazione dei figli.... 

Ciò significa che Dio entra in punta di piedi nella vita di Abramo e degli uomini, lasciando che siano loro a scoprire chi Lui sia.

Dio si fa incontrare ed entra nella vita là dove l'uomo cerca di essere sincero con se stesso e con gli altri, là dove scopre e vive la "nostalgia" non di qualcosa ma di "qualcuno".

 

   - perché rischiare?

Dio promette una terra ma Abramo deve abbandonare quel poco che ha

Dio promette una discendenza ma lui non ha figli

Dio promette un popolo ma lui ora deve lasciare la sua parentela vale la pena rischiare?

Abramo ha ritenuto di sì!

Perchè? voleva "star meglio" realizzarsi come persona, diventare uomo in senso pieno anche davanti alla divinità.

in che senso ?

pian piano Abramo ha scoperto che

 

• avere una terra significa ritenere il mondo intero "casa propria", rendendo il mondo

   abitabile

• essere padre si realizza in varie modalità, oltre a quella fisica

• avere un popolo significa essere una "benedizione" per tutti gli uomini anche i

  forestieri, gli stranieri ... nessuno è "nemico " .

 

essere credente significa poter guardare in faccia Dio, non aver paura di Lui.

   intuiva che Lui per Dio era importante ossia Dio si rendeva presente agli altri attraverso

   di Lui, uomo, uno dei tanti, …

 

 

3     Quale il volto di Dio scoperto da Abramo?

1) Un Dio alleato e amico degli uomini

Dio cambia il nome ad Abramo: da Abram che significa "il Padre esaltato" ad Abraham che significa "Padre di una moltitudine".

Per l’uomo antico il nome era essenziale: dava a ciascuno una identità tra gli altri e di fronte a Dio.

Con il mutamento del nome di Dio si rivela come colui che concede una benedizione e stabilisce   un'alleanza con Abramo.

      2) I nomi di Dio

Anche per Dio il nome ha grande importanza: l'identità di Dio è espressa nel suo nome.

Nell'antichità si pensava che la conoscenza del nome di una persona desse un certo potere sulla persona stessa. Per questo Dio si rifiutò di rivelare il suo nome a Giacobbe dopo la lotta con lui.

Spesso Dio veniva chiamato EL, ossia semplicemente Dio.

Gli Ebrei usavano anche ELOHIM per indicare la supremazia del loro dio sugli altri dei. Ma in tal caso il verso che seguiva era sempre coniugato al singolare.

Con Abramo Dio si presenta come EL SHADDAI, Dio della montagna,

onnipotente: la fedeltà di Dio è come una roccia. Un salmo della Bibbia

ci ricorda a proposito di Dio che "eterna è la sua misericordia". 

3) Un Dio non lontano ma inafferrabile

L'autorivelazione di Dio avviene gradualmente nel tempo.

Abramo non ha conosciuto Dio come YHWH ( nome rivelato a Mosè) ne come Padre ( nome rivelato da Gesù).

Abramo ha colto nella sua esperienza religiosa di avere a che fare con un Dio che pur essendo suo alleato e vicino non si lascia rinchiudere in un idolo perché Lui è più grande.

4     Conclusione:

 Abramo “scommette” su Dio riconoscendo che il coinvolgimento divino nella sua vita lo ha arricchito come persona e attraverso di lui ha raggiunto anche altri.

 

L’altare che Abramo costruisce è segno che la terra ricevuta è dono di Dio e una benedizione per tutti: nessuno sarà forestiero in quella terra ma partecipe della benedizione di Dio.

 

5     Il sacrificio del figlio Isacco

 Anche nel racconto di questo episodio Abramo è chiamato ad “entrare nella terra promessa” ossia a fidarsi di Dio, ad entrare nella Sua logica, scoprendola piano piano.

Quale gli insegnamenti di questo testo?

 

-  Adamo era caduto nella prova, Abramo invece non cede e non cade: si affida totalmente a Dio, affida se stesso e tutto ciò che possiede,

   e Dio a sua volta si dona interamente a lui.

 

Fede = affidarsi anche nei momenti difficili

         = contare su Dio anche quando appare il contrario.

-  condanna dei sacrifici umani presenti nelle religioni politeiste a partire da un diverso rapporto con Dio:

Religioni politeiste: gli dei sono indifferenti se non nemici; il loro favore va conquistato anche attraverso i sacrifici umani.

Tale pratica è stata usata da tutti i popoli prima di Cristo e sono tornati appena Cristo è stato dimenticato o accantonato. (aborto e

clonazione sono due forme secolarizzate del sacrificio al dio uomo).

 

Isacco = non sono gli uomini a sacrificare qualcosa a Dio ma è il contrario.

Per la fede cristiana esiste un solo sacrificio: quello di Gesù sulla croce ed è “perfetto” in quanto completo e dunque non è più necessario alcun sacrificio umano.

Nell’Eucarestia noi abbiamo la “memoria” di tale “sacrificio”.

 

 

 

Domande per la riflessione e lo scambio:

 

 

1-                             terra e figlio sono per Abramo una benedizione ossia un dono superiore ai propri meriti e aspettative.

Lo sono anche per me?

 

2-  la fede di Abramo è razionale non cieca ossia poggia su motivazioni serie.

     Su quali basi è fondata la mia?

 

3-  Abramo ha “scoperto” il volto di Dio.

     Che volto ha Dio per me?  Dove lo “seguo” o intravedo?

 

 

4-  Fede autentica non si vede la mattina di Pasqua ma venerdì santo pomeriggio, diceva padre

      Turoldo.

      Sono credente nelle avversità?  Mi chiedo “perché proprio a me” oppure “che senso ha”? quale

      messaggio devo ricavare da questo momento difficile?

 

 

 

Commento al dipinto “Sacrificio di Isacco”

del Caravaggio – anno 1603 circa attualmente alla

Galleria degli Uffizi di Firenze

 

Notiamo:

   a)      contrasto rosso – nero sottolinea i gesti

   b)      la luce scende in diagonale dalla spalla dell’angelo fino al volto di Isacco; un’altra luce sale dalla schiena di Abramo, ne illumina la testa fino all’orizzonte radioso di speranza.

   c)      I tre personaggi

   -         l’angelo con la mano destra afferra e blocca la mano di Abramo, con l’indice sinistro (uno dei tanti indici del Caravaggio) punta sull’ariete.

   -         Abramo con decisione trattiene per il collo il figlio fermo sulla pietra. E’ un uomo certo di ciò che sta per fare, non indeciso e titubante. Anzi l’espressione del volto è di stupore e incomprensione nei confronti dell’intervento dell’angelo.

  -         Isacco è disteso sopra un altare di pietra: conscio del suo destino esprime terrore e disperazione in un urlo. (uno dei tanti nei dipinti caravaggeschi)

 

Nel complesso la scena del sacrificio di Isacco è rappresentata quale prefigurazione del sacrificio di Cristo: come Isacco ha portato la legna così Gesù porterà la croce sul Calvario. Ma la storia non termina qui: per entrambi ci sarà la Pasqua.

 

Il volto di Isacco è lo stesso dell’angelo (Caravaggio utilizza lo stesso modello) con una chioma riccioluta; anche Gesù non fu “dimenticato” sulla croce dal Padre.

 

I primi cristiani dicevano: “Dio ha fatto risorgere Gesù“ e raramente Gesù è risorto.

 

Non solo Gesù stesso ha pure detto: “Chi vede me, vede il Padre”.                         (ritorna)

 

In ballo tutto il Non Profit per la legge Amato del 1992

Jonathan Todd dev'essere un bel tipo. Fa il portavoce della Commissione Europea e in questa veste si diverte a rispondere alle richieste anche le più varie che gli vengono presentate dai giornalisti colà accreditati. E ieri, tallonato dai nostri colleghi in merito ad una eventuale indagine della Ue sull'esonero dall'Ici decretato in Italia a beneficio della Chiesa cattolica, ha detto alcune cose importanti:

 1. nessuna inchiesta ë stata finora aperta sull'argomento, e ad oggi nessuno sa se un'iniziativa del genere verrà presa neppure in futuro;

 2. informazioni invece sono state chieste al govemo italiano, in considerazione del fatto che nel corso del 2006 erano giunte in Europa una serie di segnalazioni da soggetti italiani non precisati, ma che pure non ë difficile immaginare (non da oggi infatti, c'ë chi regolarmente tenta di strappare all'ideologia dell'Europa quel che nonriesce ad ottenere dalla politica in ltalia);

 3. il govemo italiano ha già inviato a Bruxelles una sua prima documentazione, ed ora verrà richiesto - non si sa se in forma scritta o verbale - di un surplus di informazioni, che potrebbero anche far esaurire lì la questione;

4. ma se proprio si dovesse aprire un'inchiesta per aiuti di Stato "illegali", spetterebbe all'autorità italiana recuperarli, tenendo conto (ed é notizia che viene da un altro ufficio comunitario) che si tratterebbe di una prima volta per l'Europa cheuna Chiesa entra nel mirino dell'autorità per la concorrenza, come dire: «Calma, ragazzi, siete sulla scena comunitaria»). 

Ovvio che non ci sia nulla da temere da una richiesta ulteriore di notizie, che se anzi verranno date pure alla stampa italiana sarebbe l'occasione buona perché qualcuno del mestiere apprendesse finalmente i termini esatti della questione (su cui ancora ieri le agenzie di stampa, radio e tv dicevano un sacco di strafalcioni), ossia che in discussione non è - com'è logico - il Concordato e neppure un provvedimento preso (per motivi clientelari, ovvio) dal governo Berlusconi nel 2006 ad esclusivo vantaggio della Chiesa cattolica: semmai si tratta della legge istitutiva dell'Ici varata al tempo del governo Amato (1992), per la quale gli enti non profit, tra cui quelli religiosi ivi compresa la Chiesa cattolica, sono esonerati dal pagamento dell'Ici stessa su immobili utilizzati esclusivamente per specifiche finalità di rilevanza sociale.

 Chiaro?

 Sarà per qualcuno dura da accettare, ma questa e non altra ë la verità dei fatti.

da Avvenire

 

Il Diluvio Universale

STORIA DI Noè   (Gen. 6-8)

6 Corruzione dell'umanità. - 1Gli uomini frattanto si erano moltiplicati sulla faccia della terra ed erano nate loro delle figlie. 2I figli di Dio, vedendo che le figlie degli uomini erano adatte, si presero in moglie tutte quel­le che loro piacevano. 3Allora il Signore disse: « II mio spirito non rimanga per sempre umi­liato nell'uomo, perché è carne: la sua vita non sarà che di 120 anni ». 4In quel tempo vi erano i giganti sulla terra e anche dopo, quando i figli di Dio si univano alle figlie de­gli uomini, le quali generavano loro dei figli. Sono essi quegli eroi famosi fin dai tempi antichi. 5I1 Signore, vedendo che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che tutti i pensieri concepiti nel loro cuore erano sol­tanto malvagi, 6si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo; 7e disse: « Sterminerò dalla faccia della terra l'uomo da me formato: uomini e animali, ret­tili e uccelli dell'aria, poiché mi pento di a-verli fatti ».

     8Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signo­re. 9Questa è la storia di Noè. Noè fu giusto, intemerato fra i suoi contemporanei: egli camminò con Dio. 10Noè generò tre figli: Sem, Cam e Jafet. 11Or tutta la terra era corrotta davanti a Dio e tutta piena di iniquità: 12Id-dio guardò la terra ed ecco era corrotta, poi­ché ogni mortale aveva corrotto la sua con­dotta su di essa.

Noè prepara l'arca, per salvarsi nel dilu­vio. - 13Iddio disse a Noè: «La fine di ogni carne è giunta dinanzi a me, perché la terra è piena di violenze per causa degli uomini; ecco, io li sterminerò insieme alla terra! 14Fat­ti un'arca di legno resinoso; falla a celle e spalmala di bitume dentro e fuori. 15Ecco co­me la farai: la lunghezza dell'arca sarà 300 cubiti, la larghezza 50, e l'altezza 30. 16Farai un tetto all'arca e lo terminerai un cubito più in alto; a un lato dell'arca farai la porta, e fa­rai un primo, un secondo e un terzo piano. 17Io farò venire il diluvio, le acque sulla terra, per distruggere ogni carne che ha alito vitale sotto il cielo: tutto ciò che è sulla terra mor­rà! 18Ma io stabilirò con te la mia alleanza: tu entrerai nell'arca, tu e i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli con te. 19Di tutto ciò che ha vita, cioè di ogni animale, fanne en­trare nell'arca due di ogni specie, maschio e femmina, per conservarli in vita con te. 20Degli uccelli secondo la loro specie, degli anima­li domestici secondo la loro specie, e di tut­ti i rettili della terra secondo la loro specie, due di ogni specie verranno a te perché tu li conservi in vita. 21E tu prendi di tutto ciò che è commestibile e fattene una provvista: ser­virà di nutrimento per te e per loro ». 22E Noè così fece, ed eseguì tutto quello che Dio gli aveva comandato.

7 Il diluvio. - 1Poi il Signore disse a Noè: «Entra nell'arca tu con tutta la tua fami­glia, perché ti ho riconosciuto giusto nel mio cospetto, in mezzo a questa generazione. 2Di tutti gli animali puri prendine per te sette paia, maschio e femmina, e degli animali im­puri un paio, il maschio e la sua femmina. 3Come pure degli uccelli del cielo prendine sette paia, maschio e femmina, per mante­nerne vivo il seme su tutta la terra; 4poiché fra sette giorni io farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti, e stermine­rò dalla faccia della terra tutti gli esseri che ho fatto». 5E Noè fece tutto come il Signore gli aveva comandato.

     6Noè aveva 600 anni quando venne il dilu­vio e le acque inondarono la terra. 7Noè, in­sieme coi suoi figli e alla moglie e con le mogli dei figli suoi, entrò nell'arca prima che irrom­pessero le acque del diluvio. 8Degli animali puri e degli impuri, degli uccelli e di tutto ciò che striscia sulla terra, 9un paio entrò nell’arca di Noè, un maschio e una femmina, co­me Dio gli aveva ordinato. 10Dopo sette gior­ni le acque del diluvio si riversarono sulla terra. 11Era l'anno 600 della vita di Noè, ai diciassette del secondo mese: in quel giorno tutte le fonti del grande abisso irruppero e le cateratte del cielo si aprirono, 12e la pioggia cadde sulla terra per quaranta giorni e qua­ranta notti. 13In quel medesimo giorno Noè coi suoi figli Sem, Cam e Jafet, con sua moglie e le tre mogli dei suoi figli entrò nell'ar­ca; 14e con essi le bestie selvagge di tutte le specie, il bestiame di tutte le specie, tutti i rettili che strisciano sulla terra secondo la lo­ro specie, e tutti gli uccelli secondo la loro specie, tutti i volatili di ogni sorta. 15Venne­ro da Noè nell'arca a due a due di ogni carne avente il soffio della vita, 16e i venuti, ma­schio e femmina di ogni carne, entrarono, co­me Iddio aveva ordinato a Noè. Poi il Signo­re chiuse la porta dietro di lui.

     17E il diluvio continuò sulla terra per qua­ranta giorni: e le acque crebbero e sollevaro­no l'arca, la quale si alzò al di sopra della ter­ra. 18E le acque ingrossarono e crebbero gran­demente sopra la terra e l'arca galleggiava sulla superficie dell'acqua. 19E le acque au­mentarono sempre più sopra la terra, e tutte le più alte montagne, che sono sotto il cielo, furono coperte. 20Le acque sorpassarono di quindici cubiti le vette dei monti e questi rimasero sommersi. 21E ogni carne che si muo­ve sulla terra, uccelli e animali domestici e fiere, ogni rettile strisciante sulla terra e ogni uomo perì. 22Tutto quello che era sulla terra asciutta e aveva alito vitale nelle narici, mo­rì. 23I1 Signore Iddio fece sparire tutti gli esseri che erano sulla faccia della terra, dall’uomo fino alle bestie, ai rettili e agli uccel­li del cielo; essi furono sterminati dalla fac­cia della terra: non scampò che Noè con quelli che erano insieme con lui nell'arca. 24E le acque rimasero alte sopra la terra per 150 giorni.

8 Fine del diluvio. - 1Poi Iddio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali che erano con lui nell'arca; mandò un vento sulla terra e le acque decrebbero; 2le fonti dell'abisso e le cateratte del ciclo furono chiuse e cessò la pioggia dal ciclo. 3Le acque si ritirarono a poco a poco dalla terra e pas­sati 150 giorni si abbassarono. 4Ai diciassette del settimo mese l'arca si fermò sulle monta­gne dell'Ararat, 5e le acque continuarono ad abbassarsi fino al decimo mese, e il primo giorno del decimo mese apparvero le vette dei monti. 6Trascorsi ancora quaranta giorni, Noè aprì la finestra dell'arca, che aveva fat­to, e mandò fuori il corvo, 7il quale uscì, an­dando e tornando, finché le acque non si furono prosciugate sulla terra. 8Dopo mandò fuori la colomba, per vedere se le acque fos­sero diminuite sulla superficie della terra. 9Ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del suo piede, tornò da lui nell'ar­ca, perché vi era ancora acqua sulla superficie di tutta la terra; egli stese la mano, la prese e l'accolse con sé nell'arca. 10Aspettò ancora sette giorni, poi fece uscire di nuovo dall'ar­ca la colomba, la quale tornò da lui, verso sera; 11ed ecco, essa aveva nel becco una fo­glia fresca d'ulivo. Noè comprese allora che le acque erano diminuite sopra la terra. 12Tut­tavia aspettò ancora altri sette giorni, poi mandò fuori la colomba, ma essa non tornò più da lui.

     13L'anno 601 della vita di Noè, il primo giorno del primo mese, le acque si prosciu­garono sulla terra; Noè scoperchiò l'arca, guardò ed ecco, la superficie della terra era asciutta. 14Il 27 del secondo mese la terra era asciutta.

Noè, uscito dall'arca, offre un sacrificio a Dio. - 15Iddio allora parlò a Noè e gli disse: 16« Esci dall'arca tu, tua moglie, i tuoi figli e le mogli dei tuoi figli con te. 17Fa uscire as­sieme a te tutti gli animali di ogni specie, che sono presso di te: uccelli, animali domestici e tutti i rettili che strisciano sul suolo, affin­ché si spandano per la terra, siano fecondi e si moltiplichino su di essa». 18E Noè uscì coi suoi figli, con la moglie e con le mogli dei suoi figli. 19Tutti gli animali, tutti i rettili, tutti gli uccelli, tutto quello che si muove sulla terra, uscirono dall'arca, una specie do­po l'altra.

     20Noè eresse un altare al Signore, prese di tutti gli animali puri e di tutti gli uccelli puri e li offrì in olocausto sull'altare. 21E il Signore odorò quella soave fragranza, e disse in cuor suo: « Io non maledirò più la terra a causa dell'uomo, poiché i pensieri del cuore umano sono malvagi fin dalla sua fanciullez­za; non colpirò più ogni vivente, come ho fatto. 22Finché la terra durerà, semina e rac­colta, freddo e caldo, estate e inverno, gior­no e notte mai più cesseranno ».

Premessa:

il diluvio è un tema tradizionale nei racconti diffusi in Mesopotamia. Motivo: il pericolo continuo di inondazioni devastanti da parte dei fiumi Tigri ed Eufrate.

Diluvio è sinonimo di catastrofe nella mentalità degli abitanti.

Il racconto risponde a molte domande:

-         come mai la vita è esposta al rischio del fallimento?

-         come mai la vita ci sfugge di mano?

-         perché è così breve rispetto al desiderio?

-         che cosa c’è di sbagliato nell’uomo o nel mondo?

-         che cosa fa Dio di fronte alla catastrofe che minaccia l’uomo?

-         è giusto chiedere conto a Dio di ogni catastrofe?

  Il Testo: (cap. 6 )

Le ragioni del caos ossia la corruzione dell’umanità.

Si allude a presunti matrimoni tra gli dei e gli uomini per indicare la pretesa di questi per abolire la distanza tra l’uomo e la divinità. L’uomo continua nella sua perversione così ostinatamente che “il Signore ... si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” tanto da decidere lo sterminio degli uomini.

Ma nell’umanità c’è ancora chi crede nella giustizia: “Noè trovò grazia agli occhi del Signore” (v. 8). Dio lo avverte della catastrofe imminente, lo istruisce sul da farsi. Il termine “arca” è lo stesso usato per indicare “cesta”, anch’essa spalmata di bitume, che salvò Mosè dalle acque del Nilo.

I miti babilonesi vedevano nel diluvio la reazione degli dei infastiditi dal vociare degli uomini durante il loro riposo.

La Bibbia non condivide questa visione perché ritiene che Dio non sia indifferente al bene e al male: Dio è l’alleato della vita dell’uomo non suo concorrente; sa salvare dalle acque, dalla catastrofe a cui la malvagità umana condanna l’uomo stesso.

Il racconto si fissa sulla salvezza del giusto Noè e dei suoi figli, mogli ... e una coppia per ogni specie di animali (nel cap. 7 si dice che sono 7 coppie).

  Il Diluvio: (cap. 7)

La durata di 40 giorni indica la pesantezza del disastro ma anche che avrà una fine.

Il quadro impressionante: le acque si rovesciano dal cielo ma emergono anche dall’abisso: nel capitolo 1 della Genesi si parla di acque che stanno sopra e sotto il firmamento.

v. 16 “Il Signore chiuse la porta dietro di lui”: Dio si preoccupa della salvezza del giusto.

v. 21-23 Tutto è sommerso dalle acque e tutto viene sterminato: il mondo è tornato nel caos e nel nulla da cui era stato tratto con la creazione.

Solo l’arca si erge sulle acque.

“Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedono, costruì con pio timore un’arca a salvezza della sua famiglia; per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede (11,7)

Tre motivi per il ritorno alla vita: (cap. 8)

1)      “Dio si ricordò di Noè” (v. 1)

Nella Bibbia il ricordo è un atto efficace che opera nel presente, equivale alla salvezza.

Dio salva Noè e tutte le creature dell’arca dopo ... fino a che essa “si fermò sulle montagne dell’Ararat” (v. 5). Questo nome non indica un monte preciso ma una regione montuosa. Corrisponde al nome accadico Urartu da identificare probabilmente con l’attuale Armenia.

  (v. 15) l’uscita dall’arca è ripetizione della benedizione: “affinché si espandano per la terra, siano fecondi e si moltiplichino su di essa” (v. 17).

  (v. 20)  Noè offre un sacrificio, un olocausto.

                        Il gradimento da parte di Dio è espresso attraverso il verbo “odorare”.

Nelle culture antiche il sacrificio era visto come il cibo della divinità, preparato dagli uomini.

  (v. 22)   L’alleanza con Dio e di Dio con gli uomini è indicata dal ritmo delle stagioni e dei giorni, simbolo della ritrovata armonia.

  L’arcobaleno: (cap. 9, 16)

        segno dell’arco del giudizio divino – richiama l’alleanza cosmica tra Dio e l’intera creazione e tutta l’umanità.

  (v. 17)   “Questo è il segno del patto che io ho stabilito fra me e ogni carne che è sulla terra”

   (v. 18)   Ma anche il male non è ancora del tutto estirpato

  Messaggio finale

  1)      La storia umana non sta sotto un destino cieco che incombe senza ragione e via d’uscita. I disastri sono segno che la vita che si svolge nel mondo   non corrisponde più alla creazione di Dio: l’alterazione è dovuta allo stravolgimento causato dal rifiuto dell’uomo a collaborare con Dio e alla sua pretesa di dominio.

2)      Dio non “dimentica” di essere alleato con l’uomo.

            L’alleanza (con Noè è la prima dell’Antico Testamento, poi ci sarà quella con Abramo, più

            tardi con Mosè) mostra il farsi vicino di Dio all’umanità.

      3)      Un gesto che rivela il modo umano corretto di stare al mondo: saper dire grazie.

      Col sacrificio Noè riconosce la bontà del mondo uscito dalle mani di Dio e l’insensatezza di ogni presunzione di dominio.

      Dire grazie è accogliere il giudizio di Dio e ci consente di godere della vita coi suoi ritmi.

   Meditiamo due brani:

a)      udienza di Giovanni Paolo II (I perversi non fanno la storia)

                  Il silenzio divino è spesso motivo di perplessità per il giusto e persino di scandalo, come attesta il lungo grido di Giob­be (cfr Gb 3,1 -26). Tuttavia non si tratta di un silenzio che in­dica un'assenza, quasi che la storia sia lasciata in mano ai perversi e il Signore rimanga indifferente e impassibile. In realtà, quel tacere sfocia in una reazione simile al travaglio di una partoriente che s'affanna, sbuffa e urla. È il giudizio divino sul male, raffigurato con immagini di aridità, distruzio­ne, deserto (cfr v. 15), che ha come meta un risultato vivo e fecondo.

                   Ogni giorno il credente deve saper scorgere i segni dell'azione divina, anche quando essa è nascosta dal fluire, apparentemente monotono e senza meta, del tempo. Come scriveva uno stimato autore cristiano moderno, "la terra è pervasa da un'estasi cosmica: c'è in essa una realtà e una pre­senza eterna che, però, nor­malmente dorme sotto il velo dell'abitudine. La realtà eter­na deve ora rivelarsi, come in un'epifania di Dio, attraverso tutto ciò che esiste" (R. Guardini, Sapienza dei Salmi, Brescia 1976, p. 52). 

b)      Benedetto XVI  - Deus est caritas (n° 38)

                   Certo Giobbe può lamentarsi di fronte a Dio per la sofferenza incomprensibile, e ap­parentemente ingiustificabi­le, presente nel mondo. Così egli parla nel suo dolore: «Oh, potessi sapere dove trovarlo, potessi arrivare fino al suo tro­no! ...Verrei a sapere le parole che mi risponde e capirei che cosa mi deve dire. Con sfoggio di potenza discuterebbe con me.

            Spesso non ci è dato di cono­scere il motivo per cui Dio trat­tiene il suo braccio invece di intervenire. Del resto, Egli neppure ci             impedisce di gri­dare, come Gesù in croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46. Piuttosto è vero che perfino l nostro gridare è, come sulla bocca di Gesù in croce, il mo­do estremo e più profondo per affermare la nostra fede nella sua sovrana potestà. I cristia­ni infatti continuano a crede­re, malgrado tutte le incom­prensioni e confusioni del mondo

circostante, nella «bontà di Dio» e nel «suo amore per gli uomini» (Tt3, 4), Essi, pur immersi come gli al­tri uomini nella drammatica necessità delle vicende del­la storia, rimangono saldi nel­la certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi.

   Domande per la riflessione e lo scambio in gruppo:

1-     quali fenomeni simili ci richiama alla memoria il diluvio?

2-     come affrontare il silenzio “apparente “ di Dio?

3-     cosa suggeriscono le due riflessioni sopra riportate?

 

Michelangelo,

Il Diluvio Universale

(1508) Roma, Cappella Sistina

Dati anagrafici:

nasce nel Casentino nel 1475, allievo del Ghirlandaio, protetto da Lorenzo il Magnifico e conoscente del Savonarola.

Nel 1496 è a Roma e lavora per papa Giulio II. Vi ritornerà nel 1506 e nel 1508 iniziò ad affrescare la Sistina fatta costruire da Sisto IV, zio del papa Giulio II.

Michelangelo è pittore, architetto ma soprattutto scultore: lo anima una profonda religiosità ed ha un senso drammatico della vita. Muore il 18 febbraio 1544.

Premessa:

                     la volta della Cappella Sistina riporta 9 scene dell’Antico Testamento, dalla divisione della luce fino alla ubriacatura di Noè.

Il diluvio universale, per chi entra guardando l’altare papale sovrastato dal giudizio universale, è la seconda scena.

Descrizione: vi sono tre scene.

a)al centro: una barca galleggia sicura, mentre una piccola imbarcazione si sta rovesciando sotto l’urto della disperazione in alcuni che genera violenza in altri. Tutti periranno indistintamente.

b)      a destra: un padre, non rassegnato alla morte del figlio, lo tiene in braccio nella speranza di strapparlo alla morte;

   uno sperone di roccia e una tenda – l’ultima spiaggia – danno l’estrema illusione di

salvarsi. C’è chi però guarda verso l’abisso, inesorabile meta finale.

Questa parte è stata eseguita dagli aiuti di Michelangelo.

c)a sinistra: un insieme di persone disperate e rassegnate. Il bambino che si aggrappa al grembo della madre e la donna portata a spalla da un uomo rendono il senso della disperazione mentre le acque incalzano e alcuni si perdono sotto il peso delle poche suppellettili che sono riusciti a salvare.

La donna distesa – l’unica in primo piano – in atteggiamento pensoso e sconsolato, sembra essere indifferente al pianto del figlio che le sta alle spalle perché certa della imminente fine.

Osserviamo più attentamente:

a)      l’arca di Noè: in alto la colomba e i due cani; Noè si sporge con una mano e vede davanti a

                             se una nuvola ma ha fede, ossia vede il sole che sta dietro la nuvola.

Fede è credere oltre il segno, è la capacità di guardare non tanto lontano ma oltre ...Mentre la mano di Noè sembra salutare la fine del diluvio, sotto di lui si consuma un dramma. Un uomo aiuta un altro uomo a salire sull’arca mentre un terzo tenta di ucciderli entrambi: una scena di solidarietà si trasforma in una scena di violenza disperata.

b)      la barca:         pelle è pelle” e ognuno pensa alla propria. La lotta per la sopravvivenza:

alcuni cercano di salire sulla barca, altri vogliono impedirlo con la violenza.

c)      I due alberi:   quello della vita e quello della conoscenza del bene e del male, simbolo della

nostra responsabilità.

nella Bibbia = decidere e

peccato = decidere da sè il bene e il male.

d)      il grido dei disperati: ve ne sono molti, sia a destra che a sinistra.

La disperazione è la negazione della fede e impedisce la carità.

Scrive Peguy, poeta francese del 1800: “la speranza vede quello che non è ancora e che sarà. Ama quello che non è ancora e che sarà ...Sulla via ripida, sabbiosa, malagevole ... La piccola speranza avanza. In mezzo tra le due sorelle grandi ha l’aria di lasciarsi tirare. Come una bimba che non avesse la forza di camminare. E in realtà è lei che fa camminare le altre due”.

E ancora: “è sperare la cosa difficile. Cosa facile è la disperazione ed è la grande tentazione”.

Punto fondamentale della scena:

il padre – robusta figura di vecchi – afferra di forza il corpo inanimato del figlio.

Chi sono?

Azzardiamo: il vecchio è Dio Padre, il figlio è Gesù (“Nelle tue mani, Padre, affido il mio spirito” sono le ultime parole di Gesù in croce).

In molte “Trinità” il Padre sorregge il Figlio come in molti affreschi del Tre-Quattrocento è raffigurato il Padre che stacca dalla croce il figlio Gesù.

Anche Gesù è stato “sommerso” dal male del mondo ma Dio lo salva-resuscita e c’è già chi tende le mani al Cristocrocifisso e schiodato dal Padre (vedi le due persone di destra, sull’isolotto) come il centurione romano che esclamò “Costui era veramente il Figlio di Dio”.

 

Guardando quel Figlio abbandonato all’abbraccio del Padre viene alla mente il salmo 130:

 

                                    Ant.    Non entrerà nel regno di Dio

                                                               chi non lo accoglie come un bambino.

 

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore

   e non si leva con superbia

      il mio sguardo;

non vado in cerca di cose grandi,

   superiori alle mie forze.

 

Io sono tranquillo e sereno

   come bimbo svezzato

      in braccio a sua madre,

come un bimbo svezzato è l’anima mia.  

Speri Israele nel Signore,

   ora e sempre.

  C’è un’ultima osservazione: all’estrema sinistra si notano una testa d’asino, una donna vestita, la testa di un uomo e il busto di un bambino coperti da un velo quasi fosse un’aureola.

Chi sono?

Maria, Giuseppe e Gesù?

Più probabilmente Abramo, Sara e Isacco. Col cap. 12 del libro della genesi inizia la storia della salvezza che ha per protagonista Abramo, nostro padre nella fede, con Sara e il figlio Isacco.

Questa è, però, una libera e personale interpretazione.

 

Domande per l’approfondimento:

1.      cosa vuole rappresentare Michelangelo?

2.      in quale figura ci ritroviamo maggiormente?

                  – nel padre che porta il figlio sulle spalle?

                  – nella madre che protegge il figlio?

                  – nelle persone che si avvinghiano tra loro?

  nella madre che non si interessa del figlio?

3.      cosa cambia se rileggiamo tutto “in Cristo”: se il padre e il figlio morto sono il Padre e il Figlio?

4.      quale è lo sguardo di Dio sulla condizione umana?